
Nella primavera del 1944 vengono definiti gli accordi che porteranno al ritiro dalla scena pubblica del re e alla nomina del figlio Umberto a Luogotenente generale del regno.
Nell’estate del 1944 viene emanata quella che verrà definita la “prima costituzione provvisoria” , ovvero il decreto legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944. Viene stabilito che “dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato”.
Doveva essere quindi una Assemblea costituente, con prevalenza di partiti favorevoli alla Repubblica, a scegliere tra monarchia e repubblica.
Il risultato sarebbe stato scontato data la prevalenza delle forze politiche a favore della repubblica.
Tuttavia, nel marzo del 1946 Alcide De Gasperi, come Presidente del Consiglio dei ministri, propone l’emanazione di un nuovo decreto luogotenenziale con il quale vengano definiti i compiti della futura Assemblea Costituente e spostata la scelta della forma istituzionale dall’Assemblea costituente al popolo, chiamato ad esprimersi attraverso un referendum.
Il Referendum si tiene domenica 2 giugno 1946 contemporaneamente all’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente chiamata a scrivere la Costituzione. Per la prima volta nella storia del nostro paese votano e possono essere elette anche le donne.[1] Il diritto di votare, ma non quello di essere elette, era già stato esercitato nelle prime elezioni amministrative che si erano tenute a Filattiera , nei mesi precedenti di marzo ed aprile.
La partecipazione al voto è molto alta, raggiunge l’89,1%. Al centro-nord si registrano ovunque percentuali superiori al 90%, al centro-sud si registrano invece livelli compresi tra l’84 e l’89%. In Toscana votano il 91,5% degli elettori aventi diritto.
Nel Comune di Filattiera, votano per il Referendum l’84,40% degli elettori. Una partecipazione al voto inferiore al dato nazionale e regionale, ma superiore al dato della Provincia di Massa-Carrara dove votano l’83,40% dei cittadini iscritti nelle liste elettorali.
[1] Dopo la caduta del fascismo, quando si definiscono, con il Decreto Luogoteneziale n. 151 del 25 giugno 1944, gli accordi per la futura Assemblea Costituente, si parla genericamente di “suffragio universale” ma non si fa esplicita menzione dell’estensione del diritto di voto alle donne. Sarà solo con il Decreto Luogotenenziale n. 93 del 1° febbraio 1945 che viene riconosciuta la piena cittadinanza politica alle donne. Questo decreto reca però un’anomalia: riconosce alle donne il diritto di votare (elettorato attivo) ma non quello di essere votate (elettorato passivo). Questa lacuna verrà superata con il successivo Decreto Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 relativo alle norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente. Va così a compimento la lunga storia del diritto di voto nel nostro Paese. Storia che iniziò a partire dal 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia che adottò lo Statuto Albertino (già in vigore nel Regno dei Savoia). Quello Statuto concedeva il diritto di voto solamente ai cittadini di sesso maschile che avessero almeno 25 anni, sapessero scrivere, leggere e avessero un certo reddito. In tal caso si parla di “suffragio ristretto”. In altre parole il diritto di voto era riservato solo ai più ricchi che avevano avuto la possibilità di frequentare la scuola e che, quando venivano eletti, potevano trascurare le loro occupazioni perché non avevano problemi finanziari. Dal momento che gli eletti appartenevano alle classi più abbienti, essi non avevano interesse a fare leggi a favore degli strati più umili della popolazione.
Allora, in Italia c'erano due grandi correnti politiche: la destra (conservatrice) che intendeva difendere gli interessi dell'alta borghesia; la sinistra più aperta alle esigenze del popolo. Nel 1876 cadde la Destra e si formò un governo di Sinistra presieduto da Depretis. Durante questo governo venne approvata una nuova riforma elettorale che prevedeva il diritto di voto a chi possedeva un censo inferiore a quello richiesto negli anni precedenti. Tuttavia la situazione non cambiava radicalmente dal momento che i poveri per essere ammessi al voto dovevano saper leggere e scrivere (cosa molto improbabile, visto che vi era circa il 90 % dell'analfabetismo). Passeranno circa 35 anni per arrivare al suffragio universale maschile nel 1912, approvato durante il governo di Giolitti. Le donne però rimanevano ancora escluse dal voto e dovranno aspettare fino al 1946, per vedere riconosciuto questo fondamentale diritto. Il voto ai cittadini e cittadine diciottenni arriverà nel 1975, fino ad allora il diritto di voto, in periodo repubblicano, si acquisiva con la maggiore età ovvero al compimento dei 21 anni.
5) Referendum tra Monarchia e Repubblica 1946
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Il risultato nazionale del Referendum restituisce per la prima volta l’immagine di un’Italia divisa in due parti: con le regioni del centro-nord a maggioranza repubblicana e le regioni del centro-sud a maggioranza monarchica.
La scelta repubblicana è inequivocabile nella provincia di Massa-Carrara, come in tutte le province toscane, tranne Lucca. Alla repubblica vanno il 74,9% dei voti validi. Le differenze tra i vari Comuni sono abbastanza sensibili: si va dall’ 88,7% ottenuto dalla repubblica nella città di Carrara al 54,4% del comune di Casola in Lunigiana.
Nel Comune di Filattiera, i voti a favore della Repubblica sono 1.465, il 63,4% dei voti validi. Percentuale più bassa di Carrara (88,7%), Tresana (81,9%), Fosdinovo (80,5%), Zeri (78,2%), Montignoso (77,3%), Licciana Nardi (64,0%) e Fivizzano (63,6), ma più alta di quella dei Comuni di Casola in Lunigiana (54,4%), Comano (60,2%), Bagnone (60,5%) e Pontremoli (61,8%).
I voti per la Monarchia sono 844 ovvero il 36,6% degli elettori filattieresi.







