top of page

​

Quello che abbiamo cercato di documentare e ricordare, al di là dei risultati e delle percentuali, sono anche gli uomini e le donne che hanno fatto politica nel nostro Comune dal dopoguerra alla fine del novecento. Perché riteniamo che quando una o più persone hanno il potere, legittimamente loro assegnato con libere elezioni, di prendere decisioni che riguardano tutta la comunità per migliorarne le condizioni, queste persone fanno “politica” una delle più nobili attività umane.

Sappiamo  bene che questa oggi  è una  affermazione  largamente impopolare. Oggi è di moda l’antipolitica. La televisione e i giornali ci rappresentano una  politica “politicante” spesso inquinata anche  dalla corruzione e dall’incompetenza, con  politici  spesso inadeguati. Ma un conto è la critica, certamente necessaria e utile, un conto, molto diverso è il rifiuto totale e indiscriminato della politica.  Non si deve confondere il modo come viene fatta la politica, i comportamenti concreti dei singoli politici, con la buona e necessaria politica. Spesso peraltro i comportamenti politici non sono diversi da quelli dei propri concittadini e credo abbiano ragione coloro che ritengono che la società civile non è migliore dei politici che riesce ad esprimere.

Condivido, come molti l’affermazione che “se l’antipolitica diventa sentimento maggioritario, saranno pochi uomini  (e ancor meno donne) ad acquisire, difendere, promuovere i loro privilegi e quelli dei loro sostenitori…..Nelle democrazie, l’antipolitica non vince, ma può spossarle. Nei regimi autoritari, l’antipolitica è una delle risorse di chi a ha il potere”[1]

“La politica è una attività fragile perché ha a che fare con i progetti umani, molteplici, variabili, in contrasto. Non può scomparire dato che non è stato trovato alcun altro modo di comporli…. L’aspra e severa bellezza della politica consiste nell’accettare le sfide, integrando i cittadini nella comunità locale o nazionale, soppesando i pericoli, promuovendo diritti comuni e metabolizzando i conflitti con senso di responsabilità… Non si può fare a meno della politica : provatevi a stare un mese senza politica e qualsiasi forma di convivenza sarebbe distrutta”[2]

Molte cose sono cambiate nel mezzo secolo preso in esame in questo lavoro.  Le più significative: il voto delle donne, il ruolo dei partiti e la partecipazione dei cittadini non solo al voto.

Le donne come abbiamo visto hanno votato per la prima volta il 2 giugno 1946 per eleggere i deputati all’Assemblea Costituente chiamati a scrivere la Costituzione della Repubblica e per decidere sul referendum istituzionale che avrebbe stabilito se l’Italia sarebbe stata una nazione monarchica o repubblicana. Le elette furono 21 su 556, poco meno del 4%.[3]

A Filattiera la prima donna entra in   consiglio comunale nel maggio 1990[4]. Per il primo Sindaco bisognerà attendere il 2014[5].

Abbiamo visto come nel comune di Filattiera dal 1946 al 1999 nelle elezioni comunali siano state sostanzialmente seguite le contrapposizioni e le alleanze che erano diffuse in quel periodo in molti altri Comuni. Con la   presenza dei socialisti alleati con il partito comunista e poi con i suoi “eredi”, diversamente da quello che a partire dal 1963 avveniva a livello nazionale, quando si forma il primo governo di “centro-sinistra” presieduto dal democristiano Aldo Moro con Pietro Nenni vicepresidente del Consiglio. Il tradizionale “bipolarismo amministrativo” che vedeva confrontarsi due schieramenti che facevano chiaramente riferimento ai partiti politici nazionali  presenti anche a  Filattiera, cessa nel 1999 quando   cominciano a confrontarsi più di due liste. Segno anche questo della crisi dei partiti.

Il ruolo dei partiti è andato cambiando nel tempo. I partiti, che sono formalmente semplici associazioni volontarie, sono connaturati ai sistemi democratici. La considerazione di cui godevano la democrazia cristiana, il partito comunista e il partito socialista, solo per citare i più importanti, dal dopoguerra fino agli anni ottanta è incomparabilmente diversa a quella di cui godono oggi i loro “eredi”. In Italia forse più che altrove i partiti sono oggi  collocati nei gradini più bassi della scala di prestigio. L’indebolimento dei partiti non rafforza la democrazia.

Infine la partecipazione al voto. In Italia, nel periodo preso in esame cresce progressivamente l’astensionismo, ma in modo lento e quasi del tutto fisiologico[6]. Nel 1946 hanno votato l’89,08% nelle elezioni politiche del 1996, le ultime  del secolo scorso l’affluenza alle urne è stata del 82,9%. Alle comunali del 1999 hanno votato l’ 80,9% rispetto al 76,1 delle prime elezioni comunali del 1946. Un dato in apparente controtendenza che però deve tener conto delle difficoltà dei primi mesi del dopoguerra. I grandi cambiamenti nei comportamenti elettorali e la crescente disaffezione al voto sarebbero arrivati nei primi due decenni del XXI° secolo.

Alla fine del periodo considerato, non soffiavano ancora forti i venti del populismo e gli strumenti della democrazia telematica erano ancora agli albori.

Il populismo come relazione tra un leader e il popolo, che può fare a meno delle organizzazioni intermedie e che  cerca di convincere  che la volontà del popolo è sovraordinata a qualsiasi forma di divisione dei poteri e di separazione delle istituzioni doveva ancora arrivare, come pure la democrazia telematica con tutte le sue potenzialità ma anche con i rischi di una comunicazione semplificata e semplificatrice che mal si conciliano con lo scambio autentico di idee e proposte per costruire politiche e decisioni largamente e a lungo condivise.

Nel periodo preso in considerazione il Comune come istituzione era presente all’interno di una rete istituzionale  meno indebolita dell’attuale, non si era ancora concretizzato l’accentramento delle funzioni che  abbiamo visto crescere nel secondo decennio del nuovo secolo, con aree vaste che governano servizi fondamentali come la sanità e autorità uniche regionali che governano servizi importanti come acqua e rifiuti; tempi in cui  i sindaci non avvertivano ancora la “solitudine” di sentirsi l’ultima realtà  a contatto con il territorio reale, in tempi di vincoli esterni crescenti e di disagi e fragilità sociali che non sembrano diminuire in un orizzonte inedito e denso di incognite.

 

 

 

[1] Gianfranco Pasquino, Politica e istituzioni, Egea edizioni 2016

[2] Remo Bodei, in  Discorso per la concessione della cittadinanza di Carrara, 18 novembre 2016.

[3]Nove erano comuniste, nove democristiane, due socialiste e una era stata eletta tra i candidati dell’Uomo Qualunque.
Quasi tutte laureate, molte di loro insegnanti, qualche giornalista-pubblicista, una sindacalista e una casalinga; tutte piuttosto giovani e alcune giovanissime. Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista), Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere perché  antifascista venne deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra) e Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio).

[4]Andreina Cassiani, insegnante di Scorcetoli.

[5] Annalisa Folloni.

[6] Il crollo si  avrà nelle europee del 2014 dove i votanti saranno poco più della metà (57,22%).

39) Conclusioni

Foto
Fondo
bottom of page