
27) Le elezioni politiche del 26 giugno 1983
Le precedenti elezioni politiche del 1979 avevano chiuso il “ciclo storico centrista” della Democrazia Cristiana, ormai priva dei tradizionali referenti posti alla sua destra nel Parlamento, che dal 1953 al 1979 dimezzano la propria rappresentanza.
A seguito della sconfitta nelle elezioni del 1979, il P.C.I. riguadagna il tradizionale ruolo di opposizione.
La Democrazia Cristiana nel Congresso del 1980 accantona definitivamente la linea di incontro con il Partito Comunista. La chiave della “governabilità” passa nelle mani del Partito Socialista. La dinamica e la contrapposizione politica si spostano sul piano delle relazioni tra D.C. e il P.S.I. di Craxi (partito rientrato al governo nel 1980, dopo un periodo di assenza iniziato nel 1974) che punta a raggiungere presto la guida del governo.
Nel giugno 1981 si insedia sotto la guida del repubblicano Spadolini, il primo governo a guida non democristiana, dopo quello di Parri nel lontano 1945.
Il Partito Comunista, sempre guidato da Berlinguer, arriva alle elezioni del 1983, differentemente dalle due precedenti consultazioni, in una posizione di sostanziale emarginazione.
Archiviata la strategia del “compromesso storico” finita dopo il rapimento e l’uccisione di Moro da parte delle Brigate Rosse, il P.C.I. è ora portatore della “Alternativa Democratica”, una strategia che al momento è priva dell’interlocutore principale: il P.S.I. che è lontano da questa prospettiva e impegnato a sostituire la D.C. nel ruolo centrale dello schieramento politico.
E’ il leader del P.S.I. Bettino Craxi a volere queste elezioni anticipate, dalle quali la D.C. esce sconfitta, senza tuttavia che a beneficiarne elettoralmente sia l’alleato Partito Socialista.
Prosegue la tendenza all’astensionismo iniziata nel 1979, la partecipazione al voto si attesta all’89% con un calo dell’1,6% rispetto alle precedenti politiche.
La D.C. (32,9%) perde oltre 5,4 punti percentuali in modo diffuso in tutte le aree del paese, il P.C.I. (29,9%) mantiene sostanzialmente gli stessi risultati del 1979, con un lieve calo di 0,5 punti percentuali. Le elezioni premiano il Partito Socialista (11,4%) , con un + 0,6 %, ma in misura inferiore alle attese, dato che aspirava almeno al 15% , dopo l’11% delle europee del 1979 e il 12,7 delle regionali del 1980.
L’area della “Nuova Sinistra” di ispirazione marxista, dopo l’insuccesso del 1979 quando il cartello “Nuova Sinistra Unita” non raggiunge il quorum per entrare in parlamento, si riorganizza in forma partitica in Democrazia Proletaria guidata da Mario Capanna e consegue ancora una volta un deludente 1,5%, superando di misura il quorum ed eleggendo 7 deputati.
Il Partito Radicale, reduce dalle battaglie sui diritti civili, ultima quella per il referendum sull’interruzione della gravidanza del 1981, ottiene il 2,2%.
Si avvantaggiano i partiti laici di centro (Partito Socialdemocratico Italiano, Partito Repubblicano e Partito Liberale), che nelle elezioni degli anni settanta avevano pagato il prezzo dell’arroccamento del voto moderato attorno alla D.C.
Il partito più a destra nello schieramento parlamentare il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale (6,8%) cresce di 1,5 punti percentuali, invertendo la tendenza delle due precedenti elezioni.
Si rafforza un processo di “depolarizzazione” iniziato nel 1979 che sarà dominante fino alla riforma della legislazione elettorale in senso maggioritario approvata nel 1993.
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