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16) Le prime elezioni regionali 7 giugno 1970

Le prime elezioni regionali si tennero il 7-8 giugno 1970 e furono accorpate alle elezioni provinciali e comunali. Le regioni sul piano amministrativo divennero pienamente operative dal 1 aprile 1972 due anni dopo le elezioni.

Contro la nascita delle Regioni si erano espressi soltanto i partiti di destra, PLI, PDIUM e MSI, mentre votarono a favore, insieme ai partiti di governo di centro-sinistra (DC, PSI-PSDI, PRI), anche il PCI e il PSIUP.

Le elezioni e l’insediamento dei Consigli regionali furono accompagnati da un clima di grande attesa, per l’arricchimento della vita democratica che le nuove istituzioni avrebbero potuto rappresentare. Le Regioni, si diceva, avrebbero introdotto innovazioni significative. Oltre ad una maggiore efficacia ed una migliore e più rapida implementazione delle politiche pubbliche, ci si aspettava un salto di qualità nei rapporti tra società civile e società politica. Si ipotizzava di poter mettere in moto attraverso le Regioni meccanismi più adeguati e più efficaci di aggregazione e di trasmissione della domanda politica.

Il PCI, in particolare, salutava l’avvento delle Regioni come un passo decisivo sulla strada della riforma democratica dello Stato, l’occasione per sperimentare «un nuovo modo di governare», slogan, questo, che (insieme al tema delle «giunte aperte») era stato al centro della campagna elettorale del partito e che lasciava intendere la volontà di “aprire” i governi delle Regioni alla società, alle associazioni del volontariato, ai gruppi di interesse, ai cittadini tutti. Come scrivevano in un loro documento del 1969 i comunisti toscani, le Regioni, almeno quelle conquistate dalle sinistre, avrebbero dovuto costituire un «esempio trascinante di democrazia autentica, di realizzazione unitaria e popolare, di nuove forme di intervento nella vita economica, sociale e civile».

 Anche i socialisti accolsero con entusiasmo l’avvento delle Regioni a statuto ordinario, considerandole, a ragione, uno dei loro principali successi ottenuti col centro-sinistra. Con le elezioni regionali il PSI puntava a centrare due risultati: riacquistare credito, in primo luogo agli occhi della sua stessa base militante e del suo elettorato, come partito autenticamente riformista, che le riforme, cioè, le voleva fare e riusciva anche a farle; dimostrare, in secondo luogo, che il partito avrebbe goduto di una nuova centralità politica, poiché la sua presenza sarebbe risultata indispensabile per la costituzione delle giunte regionali, sia di sinistra che di centro-sinistra.

 Per quanto riguarda la DC, invece, la reazione all’avvento delle Regioni fu piuttosto differenziata da un’area all’altra del paese. In campagna elettorale il partito aveva puntato ad enfatizzare soprattutto il merito del governo per aver dato attuazione piena alla Costituzione. Furono le correnti di sinistra, Base e Forze Nuove, forti soprattutto nelle regioni del Nord, a sostenere con particolare convinzione la riforma, che consideravano un passo decisivo sulla strada di una compiuta democratizzazione del sistema politico italiano. Questa parte della DC vedeva nella creazione delle Regioni la risposta istituzionale ai movimenti studentesco e operaio della fine degli anni Sessanta, che avevano dato voce al bisogno di rompere le barriere ideologico-istituzionali per iniziare un dialogo tra le forze cattoliche e marxiste in Italia.

 Nell’insieme, i risultati delle prime elezioni nelle 15 regioni “ordinarie” non portarono cambiamenti di grande rilievo rispetto alle elezioni politiche che si erano tenute due anni prima.

La DC (37,9%) subì una lieve flessione e perse 1,2 punti percentuali; a sinistra la crescita di 1 punto del PCI (27,9%) non compensò per intero il regresso del PSIUP (3,2%: -1,3); socialisti e socialdemocratici, che nel 1968, unificati nel PSU, avevano ottenuto il 14,5% ottennero rispettivamente il 10,4% e il 7,0%: un risultato deludente per il PSI, che non vedeva premiato il suo impegno regionalista, e assai positivo invece per il PSDI. Tra i partiti laici la crescita del PRI (2,9%: +0,9) bilanciava quasi il calo del PLI (4,7%: -1,1); mentre sull’estrema destra il PDIUM compiva l’ultimo passo sulla via dell’estinzione (0,7%: -0,6), verosimilmente a vantaggio del MSI (5,2%: +0,7).

 In 11 regioni su 15 fu replicata la medesima formula di governo di centro-sinistra attuata a livello nazionale. I socialisti mantennero fede al loro impegno preelettorale e non entrarono in giunte per le quali i loro voti non erano decisivi: così rimasero fuori dai governi regionali in Veneto e Molise, dove la DC aveva da sola la maggioranza assoluta, e in Emilia-Romagna, dove al PCI era sufficiente l’apporto del PSIUP per raggiungere la maggioranza; parteciparono invece alle altre due giunte di sinistra, con comunisti e socialproletari, in Umbria e in Toscana.

La Toscana fu la sola regione dove il PSI ottenne la presidenza della giunta. Come a livello nazionale, neppure in Toscana il voto del 7 giugno 1970 introdusse novità di rilievo.

Il PCI, in Toscana confermò ed anzi rafforzò ancora il primato elettorale – emerso fin dall’immediato dopoguerra e che si era venuto consolidando negli anni Sessanta –, passando dal 41%, ottenuto nel voto per la Camera alle elezioni politiche del 1968, al 42,3%, con un incremento in cifra assoluta di circa 40.000 voti. La crescita comunista avvenne probabilmente a danno del PSIUP, che perse infatti 1,6 punti percentuali rispetto al voto di due anni prima; mentre gli altri due tronconi del socialismo italiano, di nuovo separati dopo la breve unificazione del 1966-69, recuperarono complessivamente un punto e mezzo sul mediocre risultato del PSU nel 1968.

Ma anche in Toscana il risultato fu ritenuto deludente dal PSI e accolto invece con soddisfazione dal PSDI.

Da parte sua la DC mostrò di poter contare su una base elettorale molto stabile, confermando praticamente lo stesso risultato di due anni prima e confermandosi anche come unico antagonista di rilevo del partito egemone nella regione. Poco spazio rimaneva infatti per le forze “laiche” minori, sia al centro (il PRI segnò comunque un incremento di 4 decimi di punto) che sulla destra, dove il PLI ebbe un calo piuttosto marcato, al quale corrispose però, sulla destra estrema dello schieramento, un leggero incremento del MSI. Nel complesso, i quattro partiti che a livello nazionale sostenevano il governo di centro-sinistra (DC, PSI, PSDI, PRI) erano passati dal 46,3% del 1968 al 47,9% del 1970.

 

 Insieme alla conferma della netta supremazia elettorale comunista, queste elezioni confermarono ed anzi accentuarono il bipartitismo del sistema politico regionale. Il PCI e DC rappresentavano da soli quasi i tre quarti dell’elettorato toscano (la somma delle loro quote percentuali essendo pari infatti al 72,8%), in termini di seggi i 23 consiglieri conquistati dal PCI e i 17 dalla DC “occupavano” l’80% dell’assemblea.

 La Toscana era dunque la Regione con la più elevata concentrazione bipartitica del voto, perché qui, ancor più che in Umbria o in Emilia, ad un PCI molto forte faceva da contraltare una consistente Democrazia Cristiana. Per gli altri partiti rimasero a disposizione dieci consiglieri, 6 dei quali se li divisero equamente PSI e PSDI e uno ciascuno toccarono a PSIUP, PRI, PLI e MSI.

È importante sottolineare che anche l’articolazione del voto a livello delle singole province non portò novità rilevanti rispetto ai risultati delle precedenti consultazioni.

Nella Provincia di Massa-Carrara, come in quella di Lucca, si conferma il primato della D.C. Le due province settentrionali sono la storica enclave bianca nella Toscana rossa.

 

 La DC si affermò come il primo partito (col 32,9%) oltrechè a Lucca anche nella provincia di Massa-Carrara, che era la sola delle 9 province toscane nella quale le scelte dell’elettorato attenuavano un po’ il forte bipolarismo del voto regionale, ovvero la sola dove la somma dei voti PCI-DC restava al di sotto dei due terzi: il PCI si fermava al 27,8%, mentre ottenevano risultati largamente al di sopra della media regionale sia il PRI (9,6%) che il PSIUP (6,3%) ed anche, meno nettamente, il PSI (9,9%) e il PSU (7,8%). Nella nostra provincia ottennero i loro migliori risultati il PSIUP e il PRI. Anche il PSU con il 7,8% ottiene il suo miglio risultato come a Lucca.

Il dispositivo della legge elettorale regionale prevedeva che i consiglieri venissero eletti con un meccanismo di distribuzione proporzionale dei seggi su base provinciale.[1] Risultano elette due sole donne e l’età media dei consiglieri regionale è di 45 anni.

In Provincia di Massa-Carrara risultano eletti 3 Consiglieri: Nello Balestracci (43 anni) per la D.C. che ottiene 11.909 preferenze , Sindaco di Filattiera dal 1956 e Segretario provinciale del partito; Oliviero Bigini Dino (42 anni) per il P.C.I. e Vittorio Fabrizi (36 anni) per il Partito Repubblicano Italiano che in provincia e soprattutto a Carrara aveva la sua storica roccaforte.

Per quanto molto ampia (23 consiglieri su 50), la maggioranza conquistata dal PCI era pur sempre una maggioranza relativa, che restava tale anche con il sicuro apporto del consigliere del PSIUP. Per dare alla Toscana un governo di sinistra era perciò indispensabile la presenza dei socialisti.

 In effetti i socialisti misero a buon frutto l’indispensabilità dei loro tre consiglieri ed ottennero senza troppe difficoltà la massima carica del nuovo governo regionale. Nel documento programmatico approvato dai gruppi consiliari del PCI, PSI e PSIUP si aveva cura di precisare che l’accordo raggiunto non si richiamava ad alleanze «di altre epoche storiche, che i tre partiti concordemente considerano concluse». Era un accordo che non cancellava le differenze politiche («su vari problemi nazionali e internazionali») tra i partner del governo regionale toscano, ma che nasceva «dalla comune individuazione di un campo d’intervento politico programmatico precisamente definito», Il PSI, deluso perché il risultato elettorale non ne aveva premiato l’impegno speso per far nascere le Regioni, puntava a mettere a frutto la guida del governo regionale per accrescere consensi e peso politico, in primo luogo a danno dei fratelli separati del PSDI, che avevano così pericolosamente ridotto le distanze a livello elettorale, ma possibilmente anche a spese degli ingombranti cugini comunisti.

Da parte sua, il PCI aveva “investito” molto sulla nascita della Regione. Essa poteva infatti segnare un salto di qualità per la politica seguita dal partito fin dal dopoguerra in Toscana (e nelle altre regioni rosse), il cui asse portante era stato la necessità di impedire l’isolamento e il regresso del movimento operaio e contadino dopo la frattura del 1947 tra le forze democratiche.

 A questo scopo il PCI aveva puntato, da un lato, a qualificare l’azione dei comuni toscani, che controllava in gran parte, soprattutto nel campo delle politiche sociali, «per supplire alle carenze dello stato nella difesa degli interessi popolari», e per farne esempi di “buon governo”; dall’altro a egemonizzare le organizzazioni di rappresentanza «degli operai e dei ceti medi produttivi», per realizzare «un blocco sociale antimonopolistico e riformatore». Il nuovo livello di governo regionale offriva al PCI la possibilità di dare organicità a questa consolidata strategia, perseguita fino ad allora attraverso il governo dei Comuni e delle Province.

 Nel documento si sottolineava, tra l’altro, che a fronte di un «quadro politico» nazionale in «difficoltà ad accogliere le istanze di rinnovamento provenienti dalla società», la maggioranza che si apprestava a governare la Regione Toscana intendeva favorire la «diretta partecipazione popolare» alle scelte di governo e al controllo sulla loro attuazione. La via maestra in questa direzione era indicata nel «processo di decentramento», che per essere effettivo non poteva fermarsi alla Regione ma andare oltre, raggiungendo «tutti gli Enti Locali».

 

La Regione Toscana nasceva all’insegna della «Regione aperta»: lo Statuto delineava una Regione che voleva essere capace di “ascoltare”, non chiusa nei palazzi della politica ma vicina alla comunità che rappresentava. Un governo regionale “aperto”, dunque, in primo luogo verso gli enti locali, e poi verso «i sindacati, il movimento cooperativo e tutte le altre formazioni sociali», individuati come «centri essenziali» per promuovere la partecipazione dei cittadini (art. 71). Naturalmente, si deve ricordare subito che l’intento dichiarato di aprire la Regione alla società non sottintendeva affatto una deminutio del ruolo dei partiti politici e della loro centralità istituzionale: nello stesso articolo i partiti venivano infatti riconosciuti come gli «strumenti fondamentali per la determinazione della politica regionale». Il duplice obiettivo politico dello Statuto era proprio quello, da un lato, di «affermare con molta forza il ruolo preminente dei partiti nella formazione della politica regionale», dall’altro di «privilegiare con chiarezza gli enti locali quali interlocutori della Regione». La funzione politica del Consiglio regionale, ambito precipuo della mediazione partitica, veniva esaltata dal dettato statutario, che prevedeva «un rapporto diretto, quasi di immedesimazione, fra la società toscana ed il Consiglio regionale».[2]

 

A Filattiera in queste elezioni si registra un grande successo della Democrazia Cristiana che ottiene il 51,5% dei consensi, 21 punti percentuali in più del dato regionale e quasi 20 rispetto al risultato provinciale. E’ il miglior risultato della sua storia a Filattiera. Il risultato è certamente dovuto alla candidatura a Consigliere Regionale del Sindaco in carica Balestracci Nello, che risulterà eletto. Nelle concomitanti elezioni comunali, la lista della Democrazia Cristiana, che mantiene la guida del Comune, lo vede come capolista. Il 12 luglio successivo il Consiglio Comunale elegge Sindaco il maestro elementare Caldi Vittorio di Caprio. Tutti i partiti risentono di questo risultato e perdono voti rispetto alle precedenti politiche del 1968. Il P.C.I (27,9%) perde quasi tre punti e mezzo, il P.S.I.U.P l’ 1,5%; il P.S.I. (4,4%) e il P.S.U. (nome che mantengono i socialdemocratici dopo la separazione dal P.S.I.) (2,1%) cedono insieme quasi due punti e mezzo rispetto al precedente risultato del 1968 quando erano unificati sotto il simbolo del P.S.U. Il M.S.I. si ferma al 1,5% e dimezza la percentuale così come il P.L.I. che ottiene solo lo 0,8%. Il P.R.I. dall’1% scende allo 0,7%.

 

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[1] La distribuzione dei consiglieri eletti per provincia è la seguente: Arezzo 4, Firenze 17, Grosseto 3, Livorno 5, Lucca 6, Massa-Carrara 3, Pisa 5, Pistoia 3, Siena 4.

[2] Carlo Baccetti. Le prime elezioni Regionali in Toscana (1970 e 1975) in Osservatorio elettorale della Regione Toscana. Quaderno n. 53 Giugno 2005.

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